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Presentazione

«[Quanto al cristianesimo] non si tratta di squallida materia di antiquariato: non lo contempliamo nelle conclusioni tratte da documenti muti e da eventi morti ma dalla fede esercitata in oggetti sempre vivi e dall’approvazione e dall’uso di doni sempre presenti»

J.H. Newman, Grammatica dell'assenso

 

   L’anno accademico che ci apprestiamo a vivere cade in un momento particolare della vita degli ISSR in Italia, perché è giunto al termine il lavoro di revisione della mappa degli istituti, iniziato dopo l’avvio della riforma, che negli ultimi dieci anni circa ha profondamente cambiato la fisionomia e il senso degli ISSR. Una revisione che ha condotto ad una consistente riduzione del numero degli istituti e il cui criterio guida è stato quello della qualità. Gli ISSR, infatti, essendo istituzioni accademiche e universitarie non possono non contraddistinguersi per un’offerta formativa di qualità. Se da un lato si chiede a viva voce il riconoscimento civile dei titoli rilasciati dagli ISSR (e speriamo possa avvenire presto), dall’altro dobbiamo avere una serietà e dignità universitaria. Per quanto l’Ecclesia Mater abbia una vocazione internazionale (come attestato dalla ricchezza delle provenienze geografiche e culturali degli studenti che lo frequentano), e dunque un orizzonte non del tutto riducibile agli scenari italiani, comunque è chiamato più degli altri, per essere accademicamente eretto nella Facoltà di Teologia della Pontificia Università Lateranense, a distinguersi per serietà e qualità accademica degli insegnamenti.

   La vocazione specifica dell’Ecclesia Mater è legata all’intelligentia fidei e all’insegnamento della religione cattolica. Anzitutto in Istituto si studia la teologia che è supportata dalla filosofia, dal momento che non si dà nessuna teologia senza filosofia. L’esperienza autentica della fede implica l’approfondimento delle ragioni della stessa con le risorse della razionalità, del logos. Inoltre l’accostarsi alla rivelazione cristiana viene compiuto, anche tra gli studenti, non solo da chi vive la fede come quella decisione per la sua esistenza che ne determina tentativamente gli ambiti, i significati e le prospettive, ma anche come provocazione per chi è in ricerca di un senso nella vita. In questo senso la rivelazione rimane permanentemente una “stella di orientamento”, un punto di riferimento a cui guardare per aprirsi all’orizzonte sconfinato della verità che nella vita, malgrado quello che si sente ripetere assertivamente oggi, rimane semper indaganda. Chi crede, con tutta la fatica e la bellezza che credere comporta, desidera vedere le cose con occhi diversi come ricordava quasi un secolo fa il teologo gesuita Rousselot parlando degli “occhi della fede”: «Nell’atto di fede, come l’amore è necessario alla conoscenza, così la conoscenza è necessaria all’amore. L’amore, l’omaggio libero reso al bene supremo, dona occhi nuovi. L’essere, reso più visibile, incanta colui che vede. L’atto è ragionevole poiché l’indizio percepito apporta alla nuova verità la testimonianza dell’ordine naturale […]. Da un lato l’uomo vuole un bene, vi si ordina e così riveste una nuova natura (che lo fa vedere). È l’ordine della volontà. D’altro lato lo spirito vede un fatto, lo interpreta come indizio e ne conclude una verità (che lo fa vivere). È l’ordine dell’intelligenza. Ma qui non ci sono assolutamente due processi realmente separabili: tutto è integrato nell’unità vivente di uno stesso atto».

   La fede rimane una realtà che chiede di essere alimentata, sostenuta, curata quotidianamente, nella consapevolezza di quella dialettica di grazia e libertà dove il primato assoluto della grazia non esautora l’impegno e la fatica della libertà e dove la decisione quotidiana, l’impegno della libertà tanto più è significativo per la vita quanto più è sostenuto da ragioni, per quanto nella fede la libertà sia più importante delle ragioni, dal momento che si può credere senza ragioni ma non si può credere senza libertà.

   Allo stesso tempo oltre al desiderio di approfondire la fede studiandone scientificamente i contenuti, la storia e le ragioni, vi è la responsabilità e l’impegno per chi compie il percorso di studi in Ecclesia Mater per spenderlo lavorativamente nella scuola con l’insegnamento della religione cattolica. In un mondo globalizzato e complesso, frammentato e incerto, poco propenso alla fatica della comprensione e più avvezzo alle semplificazioni e all’immediatezza degli slogan o delle reazioni istintive, è davvero difficile portare una posizione controcorrente nel metodo e nei contenuti ed è ardua la sfida di non farne una prospettiva tra tante, ma di voler dare un’anima al contesto della contemporaneità riuscendo a riconoscerne il valore profetico ma anche senza la paura di giudicare tutto ciò che si oppone all’uomo e quindi al Vangelo. Per quanto la sfida sia faticosa e ci si senta a volte come a combattere contro i mulini a vento, l’onerosità del compito non cancella anche il fascino di un percorso che non accresce solo le conoscenze ma inerisce alla vita, non solo chiama a vivere con serietà e responsabilità il proprio impegno lavorativo ma anche porta ciò che decide della vita e la passione della verità in ciò che si fa.

   L’augurio agli studenti prima di tutto, ma anche ai docenti e a tutti coloro che a vario titolo saranno impegnati in questo anno accademico, è che ne valga davvero la pena e che con il trascorrere dei giorni dall’inizio di questa “avventura” la fatica dello studio e dell’impegno diventino trascurabili rispetto all’entusiasmo e alla bellezza del cammino.

 

Il Preside

Mons. Antonio Sabetta

04/07/2016