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Presentazione


«La fede si riduce a questo problema angoscioso; 

un colto, un europeo del nostro tempo può credere, 
credere proprio alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?» 
(F.M. Dostoevskij, Taccuini per "I demoni"

 

   Quasi un secolo e mezzo fa il grande romanziere russo Dostoevskij si poneva questa domanda avvertendone la drammaticità e la sfida. Anche oggi, dopo decenni di storia, di conquiste e di sconfitte, di progressi e di devastazioni, in un momento epocale per l’Occidente al bivio fra un ritrovarsi e un definitivo smarrirsi e tramontare, la domanda ci riguarda come cristiani, poiché se siamo, come siamo, davvero convinti che «solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo» (GS 22), non possiamo non avvertire l’urgenza inderogabile, il compito dell’evangelizzazione, della trasmissione di quella fede che riempie di gioia la vita perché la colloca nella prospettiva di un senso capace di rendere ragione dell’esistenza e della storia nei suoi dettagli più ordinari e prosaici come nei suoi eventi più singolari e sconvolgenti. Il cristiano non può non comunicare la fede, non può esimersi dal porgere e annunciare la buona notizia, ma non lo può fare se non nell’orizzonte della gioia, con la ferma fiducia che nasce dall’esperienza dell’incontro con il Risorto nella nostra vita. Dovremmo sempre avere dinanzi l’esperienza paradigmatica ed esemplare degli apostoli che passano dallo sconforto e dalla disillusione atroce dinanzi alla morte ignominiosa del maestro, alla gioia dell’incontro con Lui, di nuovo vivo e questa volta per sempre, che li spinge all’annuncio, fa avvertire loro l’urgenza di rendere tutti partecipi della verità e bellezza di quello di cui erano ora testimoni.

   Tutto questo non cambia mai, rimane valido anche oggi nonostante i contesti siano profondamente mutati, nonostante il mondo che ci circonda viva un momento delicato e noi nel mondo anziché condividere le gioie e le speranze, le paure e le angosce finiamo non di rado con l’essere atterriti o vinti da queste paure trasformandoci in persone risentite, scontente e senza vita, segnati da una tristezza individualistica che nulla ha che fare con il realismo della vita ma esprime solo uno stile di quaresima senza Pasqua. È quello a cui, tra le tante cose, ci richiama papa Francesco nella Evangelii Gaudium invitando ogni cristiano, dunque ciascuno di noi, a rischiare, perché chi rischia il Signore non lo delude, ma soprattutto invitando «in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui, perché “nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore”» (EG 3). In questo orizzonte di testimonianza del Vangelo, di contribuire a comunicare e diffondere il bene (cf EG 9), si colloca il senso dell’Ecclesia Mater e dello studiare nel nostro amato Istituto.

   Non si possono affrontare le sfide in una posizione ingenua, ignara della complessità del momento presente da un lato e allo stesso tempo superficiale nella conoscenza e comprensione di quel “mistero della fede” che proprio in quanto mistero mentre non può essere mai esaurito nella sua comprensione, non cessa mai di esercitare l’attrattiva verso noi credenti che, in quanto crediamo, vogliamo anche capire quello che crediamo, proprio in forza della sua decisività per la nostra vita. Ecco allora il livello sul quale si colloca anche la pretesa e il contributo che l’Istituto vuol dare a chi viene a trascorrere tre o cinque anni di studio e a fare un’esperienza significativa, come sempre più spesso accade per numerosi studenti a giudicare dalle testimonianze e dalle facce che s’incontrano nelle aule o nei corridoi o anche fuori dallo spazio propriamente accademico. Da un lato il capire il presente per abitarlo, confrontarsi, e quindi ecco il conoscere e studiare il contributo delle scienze umane, in primis la filosofia, per non correre il rischio di non avere strumenti adeguati per comprendere la fede o, peggio ancora, per non rischiare di offrire risposte a domande che nessuno più si pone. Dall’altro lato il lavoro precipuo, faticoso e affascinante, dello studio della teologia in tutte le sue diverse dimensioni e settori ciascuno dei quali riesce ad attrarre in modo diverse secondo le differenti sensibilità di ognuno.

   Ogni istituzione ha i suoi limiti, ogni oggetto di studio può risultare più interessante sotto certi punti di vista, più faticoso sotto altri; non pretendiamo di offrire qualcosa di perfetto perché semplicemente una cosa del genere non può esistere, ma un luogo dove si possa non solo stare ma vivere e studiare con la speranza che l’entusiasmo degli inizi sia accresciuto nel tempo o che lo scetticismo e l’incertezza vengano del tutto dissipati tra una lezione e l’altra.

   L’Istituto, mentre si preoccupa costantemente di offrire un percorso di qualità (e di “umanità”) si augura soprattutto che in coloro che vi dimoreranno resti un ricordo importante, tale che l’esperienza all’Ecclesia Mater entri a far parte di quelle cose che uno può ritenere davvero significative per la propria vita; e se esso fosse riuscito oltre che a rendere più consapevole e pensata la fede creduta, anche ad aiutare la trasmissione della fede, la comunicazione della gioia del Vangelo, ovvero del Vangelo della gioia, allora avrà anche vinto il rischio dell’inutilità.

 

Il Preside

Mons. Antonio Sabetta

 

06/07/2015